
Solo perché la mia adolescenza ha voluto bene a Corgan e Sartre, non vuol dire che mi faccio del male, caro Nanni del futuro.

Solo perché la mia adolescenza ha voluto bene a Corgan e Sartre, non vuol dire che mi faccio del male, caro Nanni del futuro.
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Rileggo, per la prima volta da anni, alcuni testi che ho scritto, sia in forma di recensioni critiche sia in forma di testi o interviste accompagnanti mostre che ho curato. Questo nonostante la mia attività di scrittore mi imponga una certa forte dose di oblio: una volta che il testo viene dato - o si dà -, non è più presente, né è futuribile. Io me lo immagino, come in seguito a una defecazione: non ci si volta mai a guardare nell’anfratto del water cosa si ha prodotto (Elio non conta): conta solo quel momento, quasi sessuale, in cui le feci fuoriescono dall’ano, in una sintesi ideale tra sforzo fisico e piacere sinaptico.
Non è sintomatico ricordare le proprie feci: la propria scrittura non puzza ed è facile conservarla, dandole un potenziale futurato, altro che futuribile.
Normalmente lo scrittore odia ciò che ha scritto in precedenza, poiché quell’oggetto pare non appartenergli. A volte è vero, a volte no. Io stesso ne sono stupito. Mi sento più un lettore che un fautore.
E una cosa che mi accorgo di notare, da mio lettore, è l’accento posto sulle pause, sugli spazi, sulle virgole, sui punti, sui due punti, sui punti e virgola. Se da scrittore ciò che mi interessava originariamente era il contenuto del discorso, ora, invece, io mi accorgo del ritmo e della forma - si potrebbe dire della musicalità - che il discorso stesso esprime. Quasi a essere dei critici del proprio lavoro.
Però non è forse questo il lavoro del compositore di lettere - o scrittore? Esprimere un contenuto per poi realizzare che anche la forma non è così male? Non sarebbe ideale scrivere un libro e pubblicarlo dopo anni, affinché solo il suo autore ne possa essere l’editor?
Il tempo.
In fondo, quando mi è capitato di scrivere un testo da pubblicare ho sempre avuto una scadenza. E una scadenza implica la necessità di un editor, a meno che non si tratti di certo qualunquismo in libertà. Ecco, se ci ripenso, vorrei aver voluto o potuto lasciar riposare il testo, come un infante, per dargli nel tempo dei consigli, giusti o sbagliati che fossero, dargli a volte una carezza così come un severo rimprovero, all’occasione, in modo che questo figlio - o questa figlia - potesse crescere con coscienza e bellezza.
E invece mi rileggo dei testi di ieri, aspettandomi chissà quali rigurgiti, e non trovo particolari ingenuità dell’età o della gioventù pensierata. Ne aggiusterei la forma, ma forse ne perderei in biografia.
Il problema è che odio la biografia, ma forse lei mi vuole un po’ di bene.
Sto preparando un’intervista su Pasolini e la televisione.
Mi sono imbattuto in queste poche righeAl ritorno verso l’Italia ci fermammo nello Yemen del Sud, ad Aden. Pier Paolo desiderava visitare Sana’a, nello Yemen del Nord (dove sarebbe andato in seguito, per ambientare alcune scene di un…
Mi piace troppo la parola pescecane

Io ho un privilegio, tra i tanti. In un certo e limitato periodo dell’anno posso godere, la sera, di una sala proiezione privata con vagonate di DVD a disposizione. L’ideale, per fare esperimenti di visione per pigri.
Dunque, ieri sera mi sono adagiato in poltrona e ho cliccato enter su “Seven Samurai” di Kurosawa. Inizio teatrale, pure troppo didascalico: protagonisti, coro, scenografia, epperò che vertigine – in ogni senso – l’incipit! Poi – dopo la menata sui poveri contadini, eppure strumentale al racconto – la narrazione decolla e, come ogni tale movimento, prima pare lenta, per poi farsi sempre più veloce e complessa. I personaggi più macchiettistici rivelano il background più articolato, senza che si ceda nel sentimentale. Straniante.
Non per fare l’ignorante, ma qualcuno sa dirmi se Kurosawa abbia letto Brecht? No, perché il marxismo strisciante di Kurosawa ha molto di “umano”, cosa che, se spulciamo tra gli autori marxisti di fin-de-la.midi-de-siécle, mi pare riflettere solo sullo straniamento brechtiano. Vabbé.
Non so niente del film, non ho neanche letto Wikipedia, tanto non ci trovo mai qualcosa che mi interessi – a parte direttori della fotografia, costumisti, etc. – però un’idea me la faccio. Per questo butto nel DVD player “I magnifici sette”, molto curioso (Ho visto “Per un pugno di dollari”, senza mai aver visto “Yojimbo”). I am very sorry, aber: Zero. Zero senza virgola, caro Sturges. Porca miseria, come fai a mettere insieme ‘sta mezza dozzina di buoni attori – alcuni come James Coburn da rilievo – in una parodia di buoni sentimenti americani? Mi immagino Sergio Leone che vede al cinema il film e talmente incazzato pensa: “Mo’ ce provo io affa’ ‘n film westerne da Kurosawa e se vedemo dopo”. Peccato che Kurosawa non l’abbia presa bene.
Insomma, dopo una carrellata di bonaccioni boni a nulla, per disgrazie altrui, mi risparo “Seven Samurai”. Perché la vita è così, la merda ti fa schifo, ma per un negroni fatto per il verso ti ricordi del taglio di capelli del barista.
(Io, comunque, sto dalla parte di Kikuchiyo).
L’inverno pare ancora in disavanzo.
Se tutto va come sembra, pare che da questa crisi, nel giro di tre settimane, avremo il primo Paese dell’Europa occidentale a maggioranza relativa comunista. Della storia. Sì, è la Grecia, a proposito di spezzare le reni.
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Ecco, dopo essermi beato della vittoria di Hollande, aspettando la sconfitta di Merkel - chi vincerà il Cancellierato nel 2013 è un’altra questione - e l’incognita Italia - sperando che non si ripetano i fasti del 1994 con altri protagonisti, mi pongo il seguente quesito: ma se l’Europa si “socializza”, perché il capitalismo è stato tanto cattivo, chi compete poi con Russia, Cina e India e gli altri BRICKS? Cioé non comprendo il grande piano: si rifa la Guerra Fredda a parti più o meno invertite?
Sarei anche un qualunquista, ma questa storia per cui a una persona vengono lesi diritti personali, e l’Europa per bene straparla suo solito e minaccia di boicottare una manifestazione sportiva in tale Paese - che poi tale Paese ha già ricevuto i soldi per finanziarla, la manifestazione - quando poi Pechino 2008 è finita come è finita, puntini di sospensione, e là c’è un discorso problematico perlomeno di quantità sui diritti, puntini puntini.
Tra una settimana non se ne parlerà più. Tanto a rimetterci sono sempre le vite degli altri.
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Scopro, via Nonleggerlo, che Cristiano Magdi Allam ha pubblicato un articolo su Il Giornale su solite cose intelligenti e spirituali, e che soprattutto (!!!) ci rivela l’illuminazione dell’importanza di consultare Ernesto e Wikipedia, al fine di scoprire chi è nato nel proprio stesso giorno.
Di seguito, rivelo anche io le eminenze di cui posso compiacermi: Franz Kafka, Tom Cruise, Tracey Emin, Julian Assange e Sebastian Vettel. Giudicatemi per chi sarei potuto essere nel 1883, 1962, 1963, 1971, 1987, sempre che Wikipedia non sbagli.
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Volevo scrivere un bellissimo post sul fatto che: in fondo la Germania non sia così meglio dell’Italia, che di qua, che di là, cazzi e mazzi… il tutto mantecato con umorismo di serie uefa. Per cui ho digitato DELETE, perché mi stavo annoiando, mentre scrivevo di inttelliggieenza stile Satira Prefettiva di Michele Serra.
Insomma, tutta una manfrina per arrivare al pre-testo, di seguito:
però, stando in Germania, si rivaluta l’Italia. Almeno là la (la) gente si incazza un poco per qualcosa.
Comincio ad abitare a contratto indeterminato nelle conclusioni ridicole.
PS: Serra perdonami, ma altaleni genio sconsacrato a idiozia conformista con pericoloso disagio bipolare. Allora mi spiscio con alcuni fumetti disegnati bene da mio fratello piccolo.
Una cosa che ho scritto negli anni Zero, senza data, divertente:
Fin da piccolo ho sempre sognato di vedere l’anno 2000, ma il 2000 è passato e io non me lo ricordo. Ecco, non mi ricordo forse il 2000, forse - perché non riesco ad avere il senso progressivo del tempo, almeno per me.
Non vedo date storiche, se non il 1981, ultima generazione di eroi e sognatori. Sognatori di che, poi? Del loro intimo, e nell’intimo restino a riposare.
Vedo un mondo sempre uguale a se stesso, dove ti conviene essere benestante, perché il povero lo fottono, il ricco lo fottono. Povero mondo, come tutti lo conosciamo, e lo conosciamo bene - che viene masticato da chi vuol essere più forte dell’umanità di un uomo.
Voglio una roccaforte sintetica, contemporanea, che mi preserverà dall’umidità, che mi permetterà ancora di volare, almeno al chiuso. Una gabbia senza amore, senza sesso, senza figa, angolo con sega. Una spirale come un palazzo Farnese, dove io possa andare su e giù con la bicicletta, senza meta e allo stesso tempo con due mete, su e giù.
Una penna per tracciare un volto senza senso, per far forza alla noia, che è tutta d’un pezzo, che è regina di solstizi ed equinozi, che è un lenzuolo stropicciato nelle notti d’estate.
Una conclusione ridicola.
“La realtà è unta di sapone”, e si rischia contingentemente di rompersi due costole. Così, la realtà è costituita dalle personalità, che vogliono farsi individualità nel magma della mediocrità. Finché la personalità non si farà nullità per divenire personalità. Tataratà.
Ho sempre amato Peter Sellers, uno di quegli attori per cui commedia e dramma non rappresentano un genere. E poi perché, composto ed educato, il personaggio-Sellers riesce a far trasparire l’esatto opposto: il tonto, il perdente, il Dottor Strangelove, il capo-banda.
Da giorni ero prigioniero del motivo “che c’é anche in 2001: A Space Odissey, però più funk”. Gira e ri-gira - chissà perché ero convinto stesse in After Hours - finisco su Being There (tradotto in italiano Oltre il giardino da alcuni esegeti della didascalia).
Mi riguardo il film. Bello, ma bello (Shirley MacLane riesce a rendere il suo personaggio il più furbo e il più stupido allo stesso tempo, supreme!), ma con un non-so-cosa che mi sfugge. Per caso - ah, ma che caso! - trovo questa superba recensione di Dziga Cacace su Carmilla. Non ho avuto, poi, più molto da pensare.
Comunque, il pezzo è “Also sprach Zarathustra” (per un lettore-feticcio non feticista di Nietzsche la dimenticanza è gravissima) di Richard Strauss, riarrangiato da Eumir Deodato.

Nausea totale. Chi rifiuta, chi non rifiuta. Mi cambia qualcosa? Ancora un giro, per favore, ché il gioco non è ancora finito.
Ma chi protesta? Abbiamo noi qualcosa da dire, così come un come? Non lo so, sono sfiduciato. Però un’idea ce l’ho.
Si protesta, ok. Ma facciamo così: fino alla fine del 2011 abbiamo una possibilità, chiunque curi qualcosa. Affermiamo - plurale infingardo - che quella mostra sia il vero Padiglione Italico. E poi ci scanniamo. Così, tanto per alzare l’asticella del dibattito.
Facendo ora la somma delle Metafore fatte brillare in anticipo, da Baratta alla Curiger sino a Sgarbi, per questa 54° Biennale vien voglia di porsi 4 domande terra-terra:
Ma siamo davvero sicuri che l’Arte, anche tutta quella potentissima Luce condensata in 30 Pavillons, possa mai soddisfare le abnormi Pretese (di Verità, di Futuro, di Politica ed Etica) proiettate da queste scintillanti Metafore?
O non sarà che stiamo un tantino esagerando nel nostro modo di parlare, presentare e vendere l’arte e soprattutto la funzione degli Artisti?
Perché Tintoretto e non Tiepolo o Canaletto o Giotto piuttosto che Cimabue?
Consideriamo infine tutte le Biennali, non solo quella veneta, che ciclicamente si tengono sulla Terra più quelle di Architettura, di Design ed i centinaia di Festival del Cinema. Se le esagerate Metafore che di solito usiamo per parlarne (con tutte quelle Magie che pretendiamo dall’Arte ed i Miracoli dagli Artisti) fossero solo in minima parte vere, il nostro Pianeta non sarebbe già da tempo un numinossimo, ecologissimo, democraticissimo Paradiso terrestre?
Sergio Vastano su Berliner Ensemble.

La televisione in Italia è un cesso, però domenica su Sat1 ho visto la replica di Deutschland gegen Italien, una specie di Giochi senza Frontiere a colpi di VIP.
Ora, forse sono una persona normale. Nella squadra italiana ho riconosciuto Briatore, perché seguo lo sport e dunque l’automobilismo. Anzi no, non sono una persona normale, perché una certa cultura lowbrow mi fa schifo - ok. Infatti per me Briatore è il manager di F1 dai coglioni quadrati che ha vinto con una macchina così così con piloti straordinari (Schumacher? Alonso?). Briatore ha fatto qualcosa.
Al codazzo di Briatore PERO’ c’era quella squinzia della moglie e tutto un altro codazzo non ben precisato. Io non penso che la Germania sia meglio di noi, però loro in squadra avevano Lothar Mattheus e Boris Becker. L’Italia gente anonima, quanto i partecipanti a un VIP reality.
Qualcosa vorrà pur dire. Non so, che la Germania alla fine della trasmissione ha vinto, tipo?
Vincere e vinceremo? Finchè possiamo, bariamo? Ma se già da fuori ci vedono coi remi in barca?

Rimando a un bell’articolo di Frances Morgan su Frieze. Oggetto: la musica dei Popol Vuh e il cinema di Herzog. Se posso, vorrei aggiungere La grande estasi dell’intagliatore Steiner alla lista. Non perché Steiner sia svizzero.
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“Dal punto di vista sindacale è stato professore, giornalista e autore iscritto alla SIAE. Ha scritto saggi e pseudoracconti di cui non mena alcun vanto; di tutto il suo ‘opus’, è vanitoso, spesso in modo intollerabile, unicamente dei suoi corsivi; talora li legge da solo, ‘e ride’.”
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Martedì 25 gennaio inaugura una bella mostra, su autore, biografia e autobiografia. E sullo spettatore. Un omaggio – se vogliamo – a Bertolt Brecht. Il titolo della mostra, dopotutto, è un richiamo a una delle sue più belle poesie, Del povero B.B., appunto. Ci trovate da GUM a Carrara, dalle 6 – me, James e Claudia e gli artisti: Andrea, Francesco, Manuele e Saverio. Davide e Andrea (non quello di prima) sono veramente impegnati, li scusiamo.
Scrive Michele Serra:
Fatevene una ragione, se proprio ci tenete, tirando in ballo la P2, le connection mafiose, la complicità della Chiesa, ogni possibile trama e inganno. Rimane il fatto che un milanese sulla cinquantina, sciarpa bianca, riporto luccicante, portafogli gonfio, un po’ di anni fa è uscito dal bar e ha raccontato a un intero Paese le stesse barzellette, e le stesse fanfaronate, con le quali intratteneva gli amici. È stato un trionfo.
Nel 2010 ancora qui a raccontare che non si spiega come un uomo carismatico ed - evidentemente - simpatico detti l’agenda politica italiana da sedici anni. Come se sedici anni non fossero mai trascorsi. Come se la politica fosse solo campionatura di denti bianchi. Come se le barzellette, le fanfaronate non fossero l’effetto, ma la causa.
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Lo dicevo, lunedì sera. Mai sottovalutare il Berlusca. Il Berlusca sa come vincere, anche nel fallimento.
Il che, tra parentesi, fa ormai di lui una figura mitologica.
Mi vengo in mente io - me medesimo - quando mi diverto a un videogioco: a un certo punto - visto che quando gioco, voglio essere rilassato - non trovo il modo di superare lo schema. Allora cerco i cheat codes, quelle furberie che mi permettono di essere invincibile in “quel” momento del gioco. E vinco.
Lui conosce i cheat codes, i dispositivi per trasformare una certa sconfitta per inabilità in un’effimera vittoria. I soldi, i favori, il carisma e ok, il sistema cooptativo che ha creato in parlamento (ma non sono certo che quest’ultimo fosse tanto diverso, prima).
Purtroppo - sì, dico banalità - noi altri non viviamo in un videogame, anche se vorremmo. Quando questo ci annoia, ci limitiamo a spegnerlo e a tornare alla vita incazzosa e normale. Ma noi non siamo là, non siamo partecipi di quel processo.
Però però. Mi sono stupito - mi ha colpito, vero! - di questa protesta, di cui Wu Ming hanno già threadato nei loro post, qui e qui. I Book Bloc. I (simulacri di) libri a protezione dei propri diritti civici - per cui, che cazzo, i nostri nonni e alcuni padri e alcune madri hanno lottato - e della propria capacità di immaginare attraverso la letteratura.
Insomma, in tutto questo, perché le arti visive non risiedono nell’immaginario di questi ragazzi/e?

Da Franco, con Nevio, Gatto, Oliver e Foschini sr. Dicono che la difesa della tradizione non fa morire di fame. Lo dicono ridendo. La generazione a cui sarei voluto appartenere.

Forse se n’è accorto qualcun’altro, ma tutti questi giornalisti che parlano di Amici Miei e di Monicelli lo sanno che il soggetto, il progetto erano di Pietro Germi - scomparso prematuramente durante la realizzazione del film? La prima parte è di una comicità grottesca, amara, stridente: è il ritratto non goliardico di un “essere italiani”, ma obliquamente sarcastico e feroce. Ben diverso nella seconda parte del film, dove emerge la cifra da commedia di Monicelli. Se questa può essere l’occasione per ricordare un altro grande del cinema.

Da tempo me lo ripromettevo e infine l’ho letto, d’un fiato, in una sera e per parte della notte. Philip Dick mette in scena un’idea, più che una storia: l’affresco di un’ucronia diventata celebre. Gli Alleati non hanno sconfitto l’Asse: l’assassinio del presidente Roosevelt è andato a buon fine, il processo innescato conduce all’invasione degli US da parte di Giappone e Germania. [Vedi immagine sopra] Tanti sottotesti, da non raccontare, se no —> spoiler, ma la forza del libro risiede nel realismo nell’immaginare un mondo alternativo. Perché, tra le righe, tanto alternativo non è: gli Stati Uniti del testo sono una cristallizzazione della guerra fredda nella “nostra” storia. I giapponesi, subdoli e abili nel dimostrare la superiorità della propria cultura nei confronti degli occupati per poi essere affamati dei simulacri della cultura altra, e i tedeschi, così fedeli all’idea da perdere di vista l’umanità, non sono forse una metafora degli americani e dei sovietici negli anni ‘60? In entrambe le realtà, entrambe le fazioni sull’orlo della guerra atomica. Il paradosso che ci propone Dick è micidiale, un messaggio critico nei confronti del presente che non ha nulla del modello del romanzo storico, ma, illudendoci di entrare in un mondo peggiore, ci rivela, parola dopo parola, che in questo mondo ci siamo già. Parliamo di guerra fredda, ora siamo nel 2010: forse nazisti e giapponesi non avrebbero scatenato la Terza Guerra Mondiale. Chi sarebbero gli americani, oggi?

Comincia come te l’aspetti: una periferia deserta, un cantiere, la presentazione dei personaggi principali. Il funzionario politico (Werner), l’ingegnera (Kati) e l’operaio non-iscritto-alla-SED (Balla). Due uomini e una donna che non si conoscono e che si scontrano per differenze di posizione sociale e genere. Siamo nella DDR e il regista Frank Beyer è un comunista: il superamento delle diffidenze diventa metafora dell’unità sociale tra partito, intellighenzia e proletariato (naturalmente la parte buona del partito, dell’intellighenzia, del proletariato). Purtroppo - per il regista e un po’ anche per me - ecco che scatta l’amore nell’improbabile trio, ed ecco emergere tutto il moralismo bigotto dei vertici della SED. Werner mette incinta Kati, ma lui è sposato; Balla ama Kati, non è corrisposto se non in amicizia, dubita e scopre Werner, ma tace. Il processo a Werner dura tutto il film, intrecciato sulla narrazione di ciò che è accaduto (molto bello, a volte il montaggio è ambiguo e chiede allo spettatore un minimo di sforzo), e alla fine il partito perdona, torna umano, ma lei è già andata via. Un bel polpettone di contesto tedesco orientale, ma che occhieggia alla Nouvelle Vague: infatti dopo tre giorni nelle sale, il film viene ritirato.
In attesa di leggere La vita quotidiana in Italia ai tempi del Silvio di Enrico Brizzi, ho riaperto lo Zibaldone alla pagina del 2 marzo 1821:
“E si vede in fatti, chi conosce un tantino la storia de’ regni, come i massimi avvenimenti sieno spesso derivati da piccolissimi affettacci di quel re, di quel ministro ec., da menome circostanze, da una passioncella, da una parola, da una ricordanza, da un’assuefazione individuale, da un carattere particolare, da inclinazioni; da qualità, accidenti della vita, amicizie o nimicizie ec. contratte dal principe o dal ministro ec. nello stato privato.
(…)
E così oggi gli scrittori di aneddoti e bazzecole di corte, sono più benemeriti forse della storia, che i sommi storici, e scrittori delle massime cose.”
Giacomo L. e Silvio B.
Tiziano Scarpa, da Il primo amore
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Finito di leggere Q. Dopo 54 e Manituana. Per ogni causa, non conta il principio di autorità, ma il fuoco.
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Ormai pare che gli intellettuali di una volta abbiano abbracciato in pieno la realtà che li accoglie, accettando di demandare la propria maschera a quella del proprio personaggio. Ascoltare G.V. ricercare l’applauso facile, raccontare una barzelletta, semplificare la complessità, venire incontro a un pubblico della borghesia-bene della mia provinciale città: tutte cose che assomigliano - vagamente, per carità, signoooora - a ciò che si continua imperterriti a criticare a S.B. Una logica basata sul carisma, che è pure un po’ conformista. E si parlava di Nietzsche (!). Due cose politically incorrect però le ha dette: cambiare la Costituzione e affermare il Führerprinzip. Qui non ha ricevuto applausi.
Ho voglia di ripartire con un’esperienza-blog, questa qui, con nome e cognome; ma per chi ne avesse voglia, qui c’è quello vecchio, un po’ romantico, un po’ così.